Nel mondo odierno caratterizzato dalle illusioni dello sfrenato consumismo, giorno dopo giorno nascono sempre nuove circostanze in cui si contestualizza l’idea attuale di società. Una società basata molto sul duo apparire-ego, sui canoni imposti dai mezzi di comunicazione e diffusione di massa – in particolare dalla televisione, ma anche dalla rete –, nonché sulle metodologie di persuasione e di attaccamento materiale, che tendono a normalizzare le persone, alla ricerca di una ricchezza spesso falsa.
Da queste basi nasce il romanzo In Estasia di Dario Lombardi, prima pubblicazione del 28enne lucchese con la casa editrice Kimerik. Con chiara ispirazione al celebre 1984 di Orwell per il titolo, l’opera dello scrittore rappresenta un mix distopico in un ambiente immaginario, ma non lontano dalle storie contemporanee.
La storia si svolge in una città immaginaria, chiamata Petronvilla, un tempo sede di importanti affari economico-finanziari internazionali, sostituiti poi da palazzoni con antenne paraboliche, uffici, studi televisivi, computer e tanta tecnologia. L’uomo è reso immortale da un farmaco, che giorno dopo giorno prolunga la vita. La politica, la giustizia, gli organi istituzionali sono stati sostituiti da un sistema operativo intelligente che gestisce in autonomia ogni singola pratica burocratica; ciascun individuo vive dell’apparenza sulla propria bacheca personale, attraverso cui il sistema operativo può reagire, intervenendo nel ripristino di ciò di cui l’uomo ha bisogno (ad esempio se si ha freddo, alza automaticamente il termostato).
In questo contesto, in cui l’unico lavoro è nel mondo della televisione, la storia si sviluppa sulla caccia al nuovo importante programma da trasmettere nelle emittenti, con particolare riferimento ai reality show. Poiché in Petronvilla sono state sperimentate tutte le forme disparate di programmazione, gli addetti ai lavori decidono di uscire dalla città, per raggiungere una comunità di uomini e donne che vivono nella natura, lontani da questo mondo di impulsi elettromagnetici. Alla visione degli animali, in particolare del cavallo, nasce l’idea di creare un reality show con gli equini come veri e propri protagonisti del nuovo programma per la città delle parabole.

 

Cosa ti ha portato nella tua vita ad appassionarti alla scrittura e, nella fattispecie, a questo genere?
La passione è iniziata dopo un anno di servizio civile, a contatto con bambini, anziani e persone con problemi e difficoltà. Da lì ho iniziato a vedere le cose in una differente ottica, spingendomi a riflettere sulla vita di tutti i giorni. Il genere in cui viene catalogato dalla critica il mio libro, a dire il vero, l’ho scoperto successivamente all’inizio della mia scrittura e, ovviamente, mi ha influenzato per incanalare al meglio la storia.

In Petronvilla si vive di reality show, l’unico lavoro degno è dentro la televisione. Che riscontri puoi avere effettuato tra la realtà e la tua idea espressa nel libro?
Questo libro l’ho scritto in circa quattro anni, concentrandomi su una lunga serie di riflessioni sul contemporaneo. Società e reality sulla carta dovrebbero essere in “via di distinzione”, ma così purtroppo non è. In un mondo basato sull’apparenza e l’essere cool, nel quale la vita virtuale sta soppiantando in pieno quella di tutti i giorni, la situazione tende a creare una serie di stereotipi che vengono diffusi a seconda dei canoni di riferimento. Tutto questo non può che spostare sul negativo l’ago della bilancia di un progresso societario.

Per quale ragione l’utilizzo degli animali, per precisione i cavalli, come protagonisti di questo reality?
L’ispirazione mi venne qualche anno fa. L’allora ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, in un intervista, si lamentò sulla situazione critica di diversi ippodromi italiani. Il politico, in quel contesto, lanciò la provocazione sul fatto che, per rilanciare il settore ippico e sensibilizzare l’opinione pubblica a riguardo, era necessaria la creazione di un reality show basato sui cavalli. Rimasi particolarmente colpito da quelle parole – essendo a letto influenzato in quel preciso momento – e iniziai la mia riflessione su questa società in cui ciascuno cerca di essere il migliore, di distinguersi dalla massa e vedere in religioso silenzio certi generi di programmi, senza particolari riflessioni. Così facendo nessuno si distingue, ma si crea una sensazione di un moderno essere completamente piatto.

Vista la chiara ispirazione al celebre 1984 di Orwell, quale punto del romanzo ti ha più impressionato per portarti al titolo In Estasia?
In 1984, nel finale del libro, Winston Smith viene catturato dalla polizia psichiatrica e viene costretto a credere nel Grande Fratello, attraverso una serie di torture. Gli spunti principali li ho trovati anche nel concetto di lotta invisibile verso la società: in Orwell, la coppia protagonista è sola e non deve farsi notare per quello che fa e prova. È visibile una sorta di crisi dei valori, dettata dalla non fedeltà della compagna dopo che la giustizia fa il proprio corso, rivelandosi differente rispetto a come è per davvero la personalità. Nel mio racconto vi è una sorta di mix tra questi concetti.

Trovare un grande programma, come unico modo per risolvere i propri problemi. Questo è il concetto che ha partorito il reality “Il Grande Cavallo”. La riscoperta di una comunità immersa nella natura, un tuffo nel passato come se fosse una sorta di ignoto. Quali analogie riscontri con la realtà?
Uomini selvaggi con i cavalli, visitati dagli scribacchini per i capi delle televisioni, unico modo per trovare una sorta di apparente innovazione. Un passo indietro per fare un passo avanti. È un po’ ciò che sta succedendo in tanti settori attuali (sopratutto nel settore cinematografico, dello spettacolo, così come alcuni aspetti dell’odierna letteratura). Stare sempre a rivangare il passato, però, è spesso simbolo di immobilità, prendendo spunto dal passato si può progredire. Gli amish sono stata un po’ l’intuizione della storia. Oggi, con la diffusione totale della rete, si può vivere in un mondo in cui la televisione non è proprio un vero imperativo, in Petronvilla sì. Tuttavia, viene da fare un’analogia sulla questione della cultura generale odierna, nella quale spesso anche i reality hanno il proprio spazio nei test di ingresso universitari e pubblici, questo non può che essere una chiara delineazione che per il monoteismo di massa è una cosa senza la quale non si può vivere.

Quale riscontro ha avuto il tuo libro dalla critica?
Complessivamente mi ritengo soddisfatto. Ho raggiunto il secondo posto al premio letterario nazionale “Mondolibro” di Ostia e ho potuto partecipare a svariate altre tipologie di concorsi, in cui si è fatto notare. Un discreto numero di copie tra le nostre zone e i dintorni è stato venduto.

Parlaci del tuo futuro personale e nel mondo dell’editoria.
La mia idea sarebbe quella di proseguire con la scrittura di altri quattro libri, vedremo. Se uno legge il libro fino in fondo, potrebbe comprendere il fatto che In Estasia potrebbe avere un proprio seguito. L’ispirazione vorrei trovarla viaggiando in camper per il nord Europa, il mio sogno attuale sarebbe visitare le fredde e remote zone dell’Islanda e delle Fær Øer, che sogno da quando sono bambino.