Anche questa volta, durante il primo concerto dell’estate, c’è un momento in cui la normalità viene spezzata da un tizio con la cresta che – come al suo solito – cerca di salire sul palco occupato in quell’istante da una delle migliori band del pianeta.

Questo è quello che riesce a fare l’oramai rinomato Gabriele “Mohawk” Andreucci (Qui la nostra intervista). Come ci riesce? Non lo so. Con la cresta? Con il carattere? Spiccando sopra le persone grazie a stage diving ostentati? Non ne ho idea, ma ci riesce.

14 giungo 2017. Prima serata del Lucca Summer Festival.

I Green Day sono la band headliner, con niente popo’ di meno che i Rancid in apertura, storica punk band che ha circa trent’anni di carriera alle spalle, proprio come il trio di Berkley.

Parte lo spettacolo. Prima impressione: tipico concerto standard, almeno per quanto riguarda le prime canzoni. Dopo un’ottima apertura dei Rancid (quasi più da locale intimo che da concerto in piazza), i Green Day si lanciano nel più tipico dei tentativi d’interazione con il pubblico facendo ripetere frasi come “eeee oooo” e incitando a suon di “Let me hear you scream”, “are you ready” etc. etc. Il che rende il tutto forse un po’ stereotipato…

Poco dopo, però, ho capito che mi sbagliavo di grosso. L’interazione che i Green Day riescono a creare con il pubblico è senza pari, e lo si può vedere quando chiamano sul palco proprio le persone dall’altra parte delle transenne a cantare i ritornelli e addirittura a suonare la chitarra (come il fortunato Luca, 12enne, che suona Knowledge, storica cover degli Operation Ivy che la band ha oramai in repertorio da anni).

Torniamo a noi: parte Longview. Famosissima Hit di Dookie, l’album di “Basket Case”, per intenderci. Billie Joe Armstrong ha bisogno d’aiuto per cantare l’ultimo “verse & chorus” del pezzo. Improvvisamente, fra le prime file spunta proprio lui, “The Mohawk Guy, stessa cresta che apparse al concerto dei Foo Fighters a Cesena, in cui poi finì a suonare Under Pressure alla batteria, insieme alla band.

Stavolta, però, ha giocato un ruolo d’altruista (Gabriele milita attualmente in numerose band, fra cui la tribute band dei Green Day “Need Of Green”): è proprio lui ad implorare Billie Joe di far salire il cantante della sua band (i.e. Giordano Bonuccelli) ed in quel momento sembra di vedere sul palco il fratello-superfan-gemello del frontman! Stessa voce, stessi movimenti, stessa presenza sul palco, sembrava veramente una copia di Billie, solo con lo zaino da concerto e una foga immensa, come un’adolescente che riceve il più bel regalo di compleanno.

Se i Green Day hanno garantito un concerto da  8 stelle su 10, grazie all’interazione/partecipazione fra il pubblico e il palco, posso affermare che è stato uno dei migliori concerti mai visti finora.

Da non far passare inosservato è il messaggio del trio americano (tuttavia composto da altri 3 membri polistrumentisti per i live). Billie Joe presenta il nuovo album Revolution Radio con lo spirito rivoluzionario tipico della band, ma portato agli estremi. “No racism, no homofobia, no Donald Trump” urla Billie, promettendo che, nonostante tutte le peripezie quotidiane, quella sera non potevamo permetterci di farci sovrastare dalla negatività, cantando, urlando e piangendo insieme.

E l’impatto positivo è stato uno specchio riflesso da parte dei fan. Coloro che sono saliti sul palco insieme alla band sono stati glorificati tanto quanto la band stessa, come nel caso di Gabriele “Mohawk“, dimostrando che forse rimanere vicini (appiccicati direi) ai propri sogni è un’arma tuttavia salutare, positiva e potentissima.