Pochi giorni fa, per i cento giorni all’esame di maturità, le strade sono state invase da adolescenti eccitati, diciottenni carichi di speranze, timorosi per il loro futuro, esaltati, incerti, insicuri ed euforici.
Un’immediata sensazione di nostalgia si è riversata nel mio cuore insensibile. Travolta da una valanga di ricordi, la mia mente vecchia e stanca ha resuscitato tutti gli insopportabili e saggi consigli che mi imponevano: “valuta bene”, “con la cultura non si mangia”, “esamina le possibilità lavorative”, “considera le aspettative”. I lagnosi ammonimenti dei propugnatori del lavoro sicuro, de “l’università è necessaria per apprendere una professione”, “cosa te ne fai del manuale se poi non sai con che magnare?” si sono riaffacciati uno dopo l’altro nella mia testa.
Tutte inutili promesse di successo. Tutte balle.
Rimproveri di chi pensa che vi sia un percorso garantito, un investimento certo, un cammino preconfezionato capace di immetterti nel mondo del lavoro, assicurarti una fruttuosa e crescente carriera, fornirti la ricetta dell’ottima riuscita. Non diventate moderni parvenue, adolescenti rampanti, arrampicatori sociali, ve ne prego. Studiate per studiare. Può sembrare poca cosa e così parrà sempre, ma è l’unica ricetta, la sola difesa che potete assicurarvi. Il senso di impotenza, di infelicità, di sfiducia vi accompagnerà sempre. Alternerete felicità e gioie, paranoie e depressioni; perciò eccitatevi con ciò che vi entusiasma, gettatevi a capofitto laddove vi bloccano, fate quello che amate.
“FATE QUELLO CHE AMATE E VAFFANCULO IL RESTO”, concluderebbe Dwayne di Little Miss Sunshine. Vale la pena provarci. O almeno così la penso io. L’importante è il viaggio. Per tornare indietro c’è sempre tempo. “If you wanna do something just do it”.
E che nel frattempo i detrattori chiacchierino. Tanto lo farebbero comunque.