Manuela Kalì nasce a Roma nel 1980, e nella capitale inizia da autodidatta a studiare fotografia, appassionatasi ai lavori di Eugenio Recuenco, Paolo Roversi ed Annie Leibovitz. Questo approccio personale ha reso il suo stile particolarmente libero da preconcetti e invadenti ispirazioni, e l’ha portata nel 2009 a collaborare con importanti aziende nazionali ed internazionali.
Milano diventa così il punto di partenza per il suo cammino nel percorso della fotografia di moda ed è qui che, parallelamente, si tuffa nel mondo della scrittura realizzando il suo primo romanzo: Senza fiato.
Nel 2011 concepisce il suo primo progetto fotografico personale The White Gallery che verrà esposto al MAXXI21 di Roma e all’Aurum di Pescara tra il 2012 e il 2013; successivamente realizza numerose campagne pubblicitarie che verranno pubblicate su Vanity Fair, Vogue e Elle (per citarne alcune).
Ma non solo la moda si innamora dei suo scatti, anche il mondo della musica comincia a corteggiarla e, infatti, scatta le copertine degli album – tra i tanti – di Sergio Cammariere e Luca Chikovani.
Molti esponenti di spicco del mondo dello spettacolo, della cultura e dello sport italiani – come Dolcenera – affidano a lei le loro campagna di promozione personale e, grazie a questo crescente successo, nel 2015 approda in tv, divenendo la fotografa ufficiale di Miss Italia, nonché membro della giuria tecnica per le selezioni.
Tutte queste esperienze professionali e la sua particolare visione d quello che la circonda, affinano e fanno maturare non solo la sua fotografia, ma anche la sua scrittura e, infatti, poche settimane fa fa è uscito il suo primo romanzo edito da Mondadori: Dodici minuti di pioggia, un romanzo emozionale, sincero, nostalgico e un po’ noir.

Sinossi: Alice vive sola con la sua gatta Blanca, progetta copertine di libri in uno studio di Milano e non è mai stata innamorata. Suo padre se n’è andato senza spiegazioni quando lei aveva solo sei anni e da allora non ha più voluto fidarsi degli uomini. Si può odiare qualcuno e al tempo stesso avere un disperato bisogno di lui?
Un mattino qualunque, mentre va al lavoro in scooter, assiste alla scena che segue un incidente: c’è un uomo a terra coperto da un telo bianco, da cui spunta solo una mano, grande, giovane e bella. Accanto al corpo, Alice nota un oggetto luccicante, che d’istinto raccoglie e porta via con sé: è una bussola antica su cui sono incise tre lettere, l’inizio di un nome. L’immagine di quel lenzuolo bianco non le dà tregua, come se insieme allo sconosciuto fosse morta una parte di lei, mentre la bussola, dalla tasca, occhieggia come un talismano e la fa sentire protetta, a casa. Ogni mattina percorre la strada dell’incidente; quell’incrocio, magnetico, la chiama a sé. Finché un giorno, proprio nello stesso punto, perde il controllo dello scooter e cade malamente. Oltre l’impatto, la accoglie un universo rarefatto e sospeso, uno spazio bianco fuori dal tempo, popolato di voci prive di corpo e di volti sconosciuti ma familiari, una terra che obbedisce a leggi ignote e straordinarie. Ed è proprio nella dimensione onirica del coma, dove il cielo piange o si rasserena in accordo alle emozioni di chi lo guarda, che incontra Andrea, il proprietario della bussola, l’uomo che ha visto morire, e con lui, per la prima volta, il suo cuore si accende. Alice sarebbe disposta a sacrificare tutto pur di rimanere nel limbo insieme a lui, ma il mondo dei vivi non è ancora pronto a lasciarla andare…

Ma ora lascio la parola a lei.Conosciamo un po’ meglio questo romanzo uscito per Mondadori, e soprattutto Manuela.

Da fotografa ritrattista (perché sono proprio i ritratti ad affascinarti?), a scrittrice? Come e quando avviene questo passaggio?
Sono sempre stata affascinata dalla composizione di una fotografia, da quello che esprime, da ciò che vuole comunicare. Il ritratto è un concetto molto forte nella fotografia, è qualcosa che vuole raccontare e spesso lo fa in modo prepotente. Il passaggio è stato abbastanza semplice: attribuisco un fascino supremo alle parole, poi la fortuna ha voluto che fossi in grado di riuscire ad esprimermi in entrambi i modi.

Alice è una giovane donna che non riesce a superare e colmare l’assenza dell’uomo più importante, il padre, e si trova a riuscire ad amare il suo gatto – e poi una bussola – più degli esseri umani. Credi che questa condizione sia facile da riscontrare anche nella nostra società? Pensi che le donne e gli uomini che vivono le sensazioni di Alice siano più vicini a noi di quanto pensiamo, o è stato un semplice escamotage letterario?
Non ci sono escamotage letterari in questo romanzo, ho fortemente voluto che fosse sincero, che ogni emozione potesse cucirsi addosso ai lettori che, come la protagonista, hanno vissuto lo stesso percorso e, allo stesso tempo, ho voluto far conoscere quel tipo di sentimenti/sensazioni anche alle persone che non hanno camminato sulle stesse orme di Alice. Noi tutti nella vita ci siamo bruciati col fuoco e ne siamo stati alla larga successivamente, prendendoci cura delle nostre ferite. Alice è una donna che ha sofferto e deciso di congelare il suo cuore per non provare più quel tipo di dolore, ma è chiaro che, per quanto spesso ci sforziamo di vivere in modo superficiale, prima o poi qualcuno possa arrivare con il conto tra le mani.

Quanto c’è (se c’è) di autobiografico in questo libro?
Di autobiografico c’è molto, ho cercato di trasformare delle esperienze da dimenticare in qualcosa da ricordare e di cui non avere più paura. E ho capito che spesso, immergersi fino agli occhi nei dispiaceri, è il miglior modo per curarli.

Che cosa speri che provino i lettori avventurandosi nella lettura di questo romanzo?
Vorrei che vedessero delle immagini chiare, non ha alcuna pretesa nello specifico se non accompagnare il lettore per mano facendogli provare dei sentimenti sinceri.

L’atmosfera che si respira in Dodici minuti di pioggia è surreale, ma allo stesso tempo magica e anche un po’ “noir”: un po’ la stessa emozione che si prova osservando i tuoi scatti ‘personali’. Quanto la fotografia ha aiutato il romanzo a prendere forma e viceversa?
La fotografia è stata fondamentale, il mio lavoro, nel complesso, è un cardine necessario alla creazione di una storia, perché mi permette di guardare  nella mia mente prima di scrivere, di aver ben chiara un’immagine così da poterla successivamente descrivere. E’ chiaro che il mio modo di vedere le cose sia un po’ noir, a tratti malinconico, e che quindi questa influenza scenda come un velo su tutto ciò che tocco, che sia una fotografia o un romanzo.

C’è una frase, un passaggio, una parola che per te rappresenta Dodici minuti di pioggia?
“Il mio cuore è pieno di ricordi con te che non ho mai vissuto”, questa è la frase della quarta di copertina, ed è stata scelta apposta in modo da racchiudere l’essenza dell’intero romanzo.

Quali sono le prossime presentazioni del libro in cui potremo conoscerti?
Sono appena stata ospitata a Roma Dalla Feltrinelli di Via Appia e a Milano pochi giorni fa Al caffè letterario Colibrì. La prossima data è presso la Libreria Coop del Centro Commerciale Tiburtino di Guidonia sabato 13 maggio alle ore 11.30.
L’ufficio stampa tiene sempre aggiornata la pagina ufficiale, ogni informazione riguardante Dodici minuti di pioggia
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