Okwui Enwezor, curatore della 56. Esposizione Internazionale d’Arte, esponendo il programma di questa edizione, vuole ricordare le parole con cui Walter Benjamin si espresse sull’Angelus Novus di Paul Klee, opera acquistata dallo stesso Benjamin nel 1920: “Ha il volto rivolto al passato; dove a noi appare una serie di eventi, vede una sola catastrofe.[…]Vorrebbe fermarsi e ridestare i morti, […] ma una tempesta gli penetra nelle ali […] e lo sospinge irresistibilmente nel futuro”.

Grazie a queste poche righe ho potuto comprendere e stabilire una “corrispondenza di amorosi sensi” con l’intero spirito di questa Biennale. Enwezor ha dato vita ad un vero e proprio terzo capitolo, conseguente a quelli scritti con le due passate edizioni dai suoi predecessori Bice Curiger e Massimiliano Gioni, facendo sì che i contenuti creativi dei padiglioni dei Giardini e dell’Arsenale possano essere considerati effettivamente “nel Mondo” e “col Mondo”. Curiger focalizzò la sua attenzione sul rapporto artista-fruitore/spettatore, sulla percezione; Gioni creò un dialogo intimo tra l’artista e l’opera d’arte stessa rendendo le forze interiori e la conseguente necessità della creazione il fil rouge dell’esposizione. Enwezor si rivolge invece all’esterno (al Mondo appunto), alla realtà circostante, alle sue contraddizioni, alla sua immanenza, alle sue proiezioni. Il critico d’arte nigeriano naturalizzato statunitense sceglie come pilastri portanti storia, temporalità, società, politica, precarietà, riuscendo a immergere completamente l’arte nella contemporaneità e permettendo agli artisti partecipanti di “raccontare”, con tecniche alquanto eterogenee, loro stessi, il loro passato, il loro presente, una temporalità tanto personale e soggettiva quanto collettiva e nazionale.
Paolo Baratta, presidente della Biennale, riflette così sull’intervento curatoriale di Enwezor: «Sappiamo che evocare i fenomeni anche drammatici che caratterizzano il tempo presente vuol dire far entrare la storia. Il presente vuol essere compreso attraverso i segni, i simboli, i ricordi che la storia ci consegna e dai quali traiamo qualche disperazione, ma anche illuminazioni. Significa anche richiamare i frammenti del nostro passato, anche remoto, che non possono essere dimenticati.».

Proprio da qui secondo me è partito Vincenzo Trione, curatore del Padiglione Italia, per disegnare il suo progetto, tanto amato quanto criticato. Prima le critiche: «Troppo statico, la Biennale dovrebbe essere dinamismo e innovazione!», «Troppi artisti, la vera sfida sarebbe stata esporne uno solo per l’intero padiglione!», «La divisione in sequenze ricorda un allestimento fieristico!». Ora la mia lancia a favore: Trione ha rispettato le direttive di Enwezor cercando di farle proprie, proprie del nostro Paese. Ogni nazione ha una storia, una realtà e un percorso storico-artistico peculiare che ha l’OBBLIGO di dialogare con l’innovazione. Questo non deve implicare, però, una totale amnesia della propria identità, in particolar modo quando l’identità, come nel caso del nostro Paese, è così potente e prepotente tanto da aver costituito la base per lo sviluppo del linguaggio creativo e culturale internazionale sviluppatosi nei secoli. Troppo tradizionalisti? Può essere ma tra i temi generali proposti vi era la storia, composta dal suo passato, dalla sua attualità, dal suo avvenire e Trione ha scelto la memoria. Il curatore ha invitato tanto giovani artisti, come il duo Alis/Filliol, quanto i grandi del contemporaneo italiano come Jannis Kounellis o Claudio Parmiggiani, che hanno riproposto due grandi classici, le lastre di ferro ricoperte da oggetti in feltro, simbolo della stratificazione e quindi dell’identità e della memoria, e l’ancora appesa alla parete che dilania una parete in vetro, frammentandola, omaggio a Il naufragio della speranza di Caspar David Friedrich e con riferimenti alla Melencolia I di Albrecht Dürer.
A partecipare sono anche artisti affermati ma poco conosciuti al grande pubblico, come il napoletano Antonio Biasiucci, che riunisce ricordi privati e ricordi collettivi nel suo polittico fotografico composto da immagini eterogenee in bianco e nero di cui ricompone i frammenti; come il romano Andrea Aquilanti con le sue proiezioni ambientali di architetture antiche ripassate in acrilico in cui primeggiano giochi di luci e sovrapposizioni. Non mancano neppure artisti del panorama underground come l’italo-americano Aldo Tambellini, pioniere della videoarte, con i suoi vortici, i suoi pieni e i suoi vuoti, i suoi caos cosmici.

Trione propone nel Padiglione Italia ciò di cui Umberto Eco parla nella sezione della struttura dedicata “Alla Memoria”. Eco, durante i tre video filmati dal regista Davide Ferrario e proiettati a parete, riflette proprio sul concetto di memoria e di come l’uomo sia essenzialmente un essere temporale, che vive nel tempo, pur non riuscendo a dare una definizione definita del tempo stesso. Eco precisa: «L’atleta per riuscire a fare un balzo in avanti, deve aver per forza compiuto prima un passo indietro, per poi lanciarsi». Questo è ciò cui guarda Trione volendo creare un vero e proprio Archivio della Memoria, narrato in capitoli separati ma dialoganti, in cui gli artisti guardano al futuro, alle nuove tecnologie, all’intermedialità, pur mantenendo una spiccata sensibilità nei confronti della nostra tradizione, regalandoci riferimenti culturali spesso latenti, invisibili ma al contempo estremamente presenti nelle loro creazioni.

In Codice Italia i corpi delle attrici vive e senza veli tipiche delle performance di Vanessa Beecroft divengono immobili sculture in marmo. Mimmo Paladino rielabora in chiave contemporanea l’uomo vitruviano mentre William Kentridge, tra le partecipazioni straniere nella sezione “Omaggio all’Italia”, schizza sulle pareti, con i suoi tratti scuri potenti, drammatici, nervosi i corpi morenti di dimensioni monumentali di Remo e Pasolini.

Siete sicuri di non ritrovare in tutto questo l’Angelus Novus di Paul Klee descritto da Benjamin?